lunedì 9 giugno 2014

Il Taccuino di Marilea: "A ogni tempo la sua arte, all'arte la sua libertà."

Gustav Klimt, fotoritratto

Guance paffute, occhi tondi, espressione da bambinone, ed in effetti dei bambini ha proprio lo stesso stupore e curiosità di guardare il mondo che lo circonda e trasporlo sulla carta. Solo che i suoi quadri non sono proprio degli scarabocchi. Tutt’altro.
Che diventasse artista, chiunque lo avrebbe previsto, proveniendo egli stesso da una famiglia da artisti. Che diventasse uno degli artisti più popolari e apprezzati di tutti i tempi, nessuno se lo sarebbe immaginato. Gustav Klimt, stella dell'arte, presenta alcune delle sue tele più belle al Palazzo Reale di Milano, dal 12 al 13 luglio.

L'albero della vita
L’albero della vita (Gustav Klimt, 1905-1909)

Suo padre, orafo, gli aveva impresso la lucentezza dell’oro. La Kunstgewerbeschule viennese gli aveva insegnato la tecnica del mosaico e della ceramica. La Secessione gli aveva permesso di sviluppare un proprio stile. L’Esposizione Universale di Parigi lo aveva reso presentato al mondo. Inizialmente dedito a riproporre i soliti elementi della tradizione, piano piano Klimt aveva subito una vera e propria conversione in uno stile personale, innovativo e brillante.

Nel 1902 Il fregio di Beethoven aveva esplicato la sua grandiosità, attraverso un ciclo sviluppato su tre pareti e ispirato alla nona sinfonia del compositore. Erano seguite poi opere eccezionali come Le tre età della vita (1905), Il bacio (1908), Danae (1908), L’albero della vita (1909) e Salomé (1909), tanto per citare le più famose. La sua produzione artistica si configura originale quanto brillante, in tutti i sensi.

Il Bacio (Gustav Klimt 1907-1908)
Nei suoi quadri la plasticità delle forme è ridotta al minimo e resa attraverso sfumature cromatiche. Le sue figure appaiano quindi piatte ma impreziosite da linee sinuose e morbide, da decorazioni floreali, arabeschi e soprattutto da tonalità lucenti e vivaci. “L'arte del colore domina l'anima umana non diversamente da quella dei suoni" diceva il suo collega musicista Hugo von Hofmannsthal. Ampi nuclei dorati, risaltano in opposizione a fondali opachi o bui. La realtà appare evocata piuttosto che rappresentata, coerentemente alle teorie psicoanalitiche che proprio allora stavano prendendo piede in Europa. I suoi soggetti esprimono pose angosciate, quasi rassegnate.
Quel ragazzone sgrammaticato, tutto intento a scandalizzare il suo pubblico con le sue donne nervose, maledette, sensuali e procaci, che gli valsero l’accusa di pornografia, quel ragazzone solitario che aveva sciolto le briglie all’arte, rendendola autonoma in quanto libera espressione di un io, di una storia e di un tempo, quel ragazzone dall’umorismo amaro ancora oggi, continua ad affascinare il pubblico, senza irretirsi in un concetto di tradizionalismo passatista.


Alla prossima settimana, Marilea.

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