lunedì 1 dicembre 2014

Il Taccuino di Marilea: Il turista malato

Se il XX secolo è stato più volte definito il secolo dell’ansia, quello attuale si presenta a poco tempo dal suo inizio il secolo delle ansie. Agorafobia, sociofobia, ambulofobia, anchilofobia, cainofobia, scotofobia, zoofobia... sono forse quelle più comuni a cui si associano stati mentali forse meno gravi ma con altrettanto largo seguito mediatico come la sindrome di Stoccolma o quella di Stendhal. Ma quindi sono aumentati i disturbi mentali e comportamentali? O forse i malati? No, niente di tutto ciò! L’unica cosa che è aumentata è l’attenzione che si è data a tutte queste alterazioni emotive e psicologiche e che, seminando suggestione e allarmismo, ha permesso liberamente a chiunque di diagnosticarsi una o l’altra malattia.


Oggi vogliamo parlare ad esempio di una sindrome che non ha niente a che vedere con le paure o i disturbi comportamentali, ma andrebbe definita piuttosto una prospettiva diversa di vivere la città. Tale è quella che viene chiamata la sindrome di Herman Hesse, o meglio, quella sindrome  che appena arrivati in una città nuova, fa strappare in pezzettini le cartine turistiche per prediligere invece un’immersione nella città, tra i quartieri popolari, la gente indigena e il cibo locale, proprio come aveva fatto l’autore Hesse in visita a Firenze nella primavera del 1901.

Noi, figli della fast-culture, che spesso pretendiamo di conoscere una città in quei pochi giorni di vacanza che abbiamo a disposizione, dividendoci tra piazze, musei, chiese e autobus, raccogliamo in ogni posto pugni di sabbia che niente lasciano alla memoria se non lo stato d’ansia che ci domina per tutto il tempo. Tanto che molti particolari li riusciamo a notare solamente una volta tornati a casa, dalle foto digitali, che oggi egregiamente sostituiscono le cartoline postali. E poi ci viene la sindrome di Stendhal quando ci accingiamo a visitare (o assalire!) i musei, tra un panino al fast-food e un viaggio in metro (perché quando si va in città i mezzi pubblici sono più veloci e meno faticosi, anche a costo di stare accalcati in uno spazio chiuso e ristretto!). La sindrome di Stendhal ci viene perché un quadro così come un altare ci apre lo sguardo sul trascendentale, senza pillole contro il fuso orario. Tanto che lo stesso Hesse ci fa sapere: “Quando si esce dagli Uffizi è consigliabile aspettare un po’ sotto i portici, finché gli occhi non si abituano alla luce ed alla vita della strada, altrimenti in Piazza Signoria, incessantemente animata, con sicurezza qualcuno c’investirà…”».

Per non parlare del vasto contenuto informativo che si perde ad ogni visita, surclassato dall’idea dell’  “esserci stato”. Non consideriamo che una cosa è “stare”, tutt’altra è “conoscere”. Quanti visitatori ad esempio sanno che la Basilica di Santa Maria del Popolo a Roma conserva due delle principali opere del Caravaggio (La conversione di San Paolo e la Crocifissione di San Pietro) che è possibile ammirare gratuitamente? Pochi, rispetto al numero di ingressi registrati nella basilica. Quello che la Magherini chiamò “malessere del viaggiatore” in merito alla Sindrome di Stendhal io lo riterrei non più grave di uno “sbalzo termico”, prodotto dall’esposizione a valori artistici trascendentali praticamene diversi dagli input effimeri a cui siamo abitualmente e inconsciamente sottoposti. E la sensibilità al diverso non è mica una malattia. Se pure il richiamo storico a Stendhal serve a nobilitarci, sentiamoci pure affetti dalla sua malattia ma non ne trascuriamo le cause.
Da qui l’idea di Hesse di proporre un tipo di turismo alternativo, basato sull’autenticità e sulla fruizione consapevole e distensiva dei posti che seppure non ha a disposizione il tempo necessario per visitare tutto, limita lo stress del mordi e fuggi a vantaggio del piacere e della scoperta. Non lontano da questa prospettiva, Paulo Coelho in un articolo del Corriere della sera affermava :

“ Le persone si sentono obbligate a visitare i musei perché hanno imparato da piccole che viaggiare significa cercare questo tipo di cultura. E' chiaro che i musei sono importanti, ma richiedono tempo e oggettività; dovete sapere cosa volete vedere o uscirete con l'impressione di aver visto una quantità di cose fondamentali per la vostra vita, ma che non ricordate. Frequentate i bar. Qui, al contrario dei musei, si manifesta la vita della città. (...)Comprate un giornale e lasciatevi stare a contemplare il viavai. Se qualcuno attacca bottone, per quanto stupido vi sembri, dategli retta: non si può giudicare la bellezza di una strada guardandola solo dall'inizio”.

Io a Firenze ho vissuto quattro anni e ad ogni passeggiata lungo l’Arno o per le vie del centro, ho sentito le mie difese rompersi alla bellezza e alla maestà di questi posti. Questa fragilità l'ho avvertita anche a Roma nella basilica di San Pietro, a Verona davanti all’Arena, a Parigi sotto la Torre Eiffel, a Tunisi, a Valencia e in tutte le città che ho visitato. Questa fragilità che ci coglie ad ogni scoperta e che ci spacciano come sintomo di una malattia, altro non è se non il piacere della scoperta. Ed è la stessa fragilità che cede alla forza dell'ignoto e fa gridare, come aveva fatto tanti anni fa Herman Hesse: “Voglio vivere la città”.


Marilea

Nessun commento:

Posta un commento