lunedì 25 maggio 2015

Il taccuino di Marilea: Il protezionismo enogastronomico italiano

Il risotto, gli spaghetti o i tortellini, la mozzarella, il parmigiano o la mortadella, e poi il panettone, i cannoli o il babbà, chi si voglia cimentare nella cucina italiana può scegliere tra centinaia di prodotti principe, nati e prodotti interamente in Italia. Nella dispensa del bel paese c’è tutto. Come anche nella sua cantina: Barolo, Brunello, Chianti, Montepulciano sono solamente alcuni dei vini più stappati in tutto il mondo. E se è vero che l’uomo è ciò che mangia, non di meno gli italiani, da sempre cultori del gusto e della genuinità, si accaparrano il titolo di buon gustai: la celeberrima immagine di Alberto Sordi che avidamente si riempie la bocca di spaghetti, davanti ad un succulento piatto di pasta al sugo, è diventata un’icona mondiale del piacere di mangiare degli italiani. Ma la gastronomia italiana non è solo piacere del palato. È soprattutto storia e patrimonio, porta bandiere dell’identità del paese.


Tutti i grandi cuochi, da Apicio sino agli chef contemporanei, hanno dato un sapore speciale alla tradizione: non a caso il piatto principe della gastronomia italiana, la pizza, richiamando i colori della bandiera, rappresenta benissimo l’inscindibile legame tra il paese e la cucina. Eppure al volgere del secolo, questo orgoglio è stato compromesso dall’incedere sempre più ingombrante del fenomeno globalizzazioneDeformando la dimensione di tempo e spazio, la globalizzazione ha sfidato le leggi di natura e fatto del cambiamento la sola regola. 

Cibo in scatola, preparati, frutti fuori stagione, prodotti esotici, sono disponibili sugli scaffali del supermercato dietro l’angolo, pronti per essere ingurgitati secondo la logica dell’ “agita e gusta”. Contemporaneamente in tutto il mondo è aumentata l’offerta di prodotti “italian sounding”, prodotti cioè che dietro etichette italianizzate rivendicano una falsa paternità (il Parma Ham canadese e la Mozzarella Sorrento americana sono solo alcuni esempi). Così se è aumentata la distribuzione e la diversificazione di cibo disponibile, si è completamente persa la nozione di alimentazione sana e genuina. Oggi la scelta di cosa mangiare cavalca mode, ideologie e prese di posizione poco inclini a conteggiare gli effetti sulla salute. La dieta, dal greco dìaita = modo di vivere, non esprime più le peculiarità di una terra e di una tradizione, ma un capriccio. Veganesimo, vegetalismo, fruttarismo, crudismo, fast food e slow food sembrano essere diventate le religioni del momento.

Mangiare i prodotti che offre spontaneamente la terra per recuperare un rapporto autentico con la natura: è questa la vera regola che assicura l’equilibrio dell’uomo con l’ambiente. E se pure questo comporta l’uccisione di altri esseri viventi, non sarà bloccare la catena alimentare al passaggio uomo-animale ad arrestare completamente il carnivorismo. Per fortuna questo l’Italia lo tiene bene in mente. In un paese come il nostro infatti, dove il pregiudizio alla sana alimentazione non è poi così accentuato, sostenere il rispetto per l’autenticità e la responsabilità locale, rappresenta l’unica garanzia per continuare a godere dell’eccellenza enogastronomica. 

Da questa prospettiva, risulta più che stimabile il ruolo che sta giocando una neonata realtà imprenditoriale italiana diffusa in tutto il mondo sotto l’insegna EatalyQuesta catena di negozi, nati dall’idea del ben noto imprenditore italiano Oscar Farinetti, è rivolta alla vendita di prodotti alimentari italiani autentici e di alta qualità. Soprattutto Eataly apre nel mercato uno spazio in cui attraverso la grande distribuzione è ancora possibile conservare qualità e tipicità del prodotto. Ad Expo 2015 Eataly è presente in due padiglioni con 20 ristoranti, dedicati ciascuno ad una regione. Per l’Italia questa è l’ennesima occasione per dimostrare che solo conservando e impreziosendo le proprie peculiarità, la globalizzazione può procedere sul volano che porta al vero benessere.

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